di G che avrà anche imparato a sorridere ma piange ancora su certe pagine

tipo il piacere e il distacco dell’incontro a tempo determinato. così come ci siamo trovati ci perderemo. nella casualità del caos cittadino. tra i punti di osservazione dei tavolini dei bar sul corso, tra le orge di risate delle piazze del mercoledì notte e i viaggi in autobus e treni decadenti che non finiscono mai. viaggiatori instabili nei nostri sconosciuti destini. senza la perdita forse non avremmo mai ritrovato la Vita. a lasciarci rapire dalla bellezza effimera dei nostri corpi e dei nostri momenti. abbiamo amato la confusione, abbiamo assaporato la dolce stabilità e ora ci ritroviamo di nuovo gettati nella mischia. risucchiati dal vortice delle esistenze a strati del mondo informe che creiamo e distruggiamo quotidianamente. rifiutando l’offerta promozionale di una vita modello standard. chissà se è vero che abbiamo imparato a vivere solo del nostro intercambiabile presente. dei corpi a cui raramente riusciamo ad associare un nome che si è perso nella nostra memoria riciclabile. chissà se riusciamo davvero a godere di ogni nostro singolo respiro di piacere anche se il piacere è solo di carne e niente di più. o se abbiamo invece nostalgia delle gabbie relazionali in cui ci eravamo volentieri rinchiusi. a dividere un letto sempre sconvolto come le nostre vite non più reperibili. quando poco tempo prima sarebbe stato come contare gli anni di carcere e dopo era come contare gli anni di vita. che non si può mai avere l’assoluta certezza ma si può avere la completa voglia che sia così. nonostante le lacrime perse per strada e in tutti i letti delle città lontane. quando ci pagavano per ubriacarli e ubriacarci ogni sera e poi vomitavamo nudi dopo aver fatto l’amore nello stesso posto in cui ci avevano insegnato a leggere e a scrivere. chissà cosa direbbero ora vedendo ciò che siamo arrivati a scrivere e a leggere. quando avevamo perso tutti i punti di riferimento e le nostre bussole non segnavano più il nord ma il punto in cui eravamo distanti. perchè non stavamo ma eravamo. ero un immigrato clandestino nel tuo cuore in cerca di una morte migliore per la mia assenza di sentimenti. mi hanno giustastamente arrestato e rimandato a casa perchè cercavo di sovvertire il tuo ordine dall’interno. poi mi hai scritto che era tutto avvolto in una grigia nebbia. che stringevi gli occhi per vedere ma ti sentivi sempre di fronte ad una strada piena di sassi e sterpaglie, quando dietro di te c’era un prato di fiori. tutte le parole che avrei voluto scriverti e tutte le parole che vorrei non averti mai scritto. lunedì sera ti parlerò davati a un centinaio di persone con la voce amplificata per farti sentire meglio ma tanto tu non ci sarai. adesso ti guardo anche se davanti ci sono cento persone che mi guardano. anche se tu non ci sei. in questa città che è un inferno freddo costruito con il fuoco. magari un giorno sarai tu a scrivere di me. che sono il tipico egoista egocentrico. anche se avrai cose più importanti ed interessanti a cui dedicare le tue parole.