della ricerca ostinata e infinita

ti cerco tra le piaghe di un tempo immobile. nelle parole di centotrentasei libri letti sulla sabbia umida della spiaggia invernale. tra le note di canzoni che nessuno canterà mai. ti cerco e non ti trovo se non dopo i momenti in cui il respiro si fa corto e il senso di questo esistere sembra sgretolarsi sotto i colpi di un cuore in eccesso di velocità. quando mettere in fila le parole serve a mettere in fila i pensieri che vagano alla rinfusa. nelle notti in cui solo Miles Davis riesce a darti la pace. ma una pace amara come il whishkey che sorseggi. effimera come le spirali di fumo che salgono dalla sigaretta che fumi per abitudine. nella camera tappezzata dalle fotografie di chi non c’è più, di qualcun altro che è sempre troppo lontano, di attimi di felicità passate rimasti impressi sulla carta ma sbiaditi nella memoria. mentre ogni giorno vedo centinaia di fotografie in cui non vedo niente fino ad avere la nausea da overdose di immagini insensate. che trovo sempre meno senso nelle cose, nelle azioni ripetute di gente sempre più insignificante. lo trovo solo in poche cose, tipo nelle tracce nere che una sfera lascia sulla bianca cellulosa o nella sensazione momentanea che il leggero tocco della sua mano lascia su questa mia pelle disidratata. tu fossi almeno acqua potrei berti e sentirti dentro. fossi almeno aria potrei respirarti e trattenere il respiro. avessi almeno un corpo potrei stringerlo e non lasciarti andare mai più. invece sei solo astratta sensazione che arriva d’improvviso e d’improvviso sparisce per lasciarmi solo e inerme ad aspettare che ritorni. in questo continuo altalenare tra il vivere e il sopravvivere che è l’esistenza.