della socialità come fragilità

in questa casa piena di libri in cui attraverso le pagine mille voci le parlano da luoghi e tempi lontani ma nessuno le sussurra buongiorno al risveglio. continua a ripetersi che dovrebbe avere uno sguardo più distaccato sul mondo, una visione universale delle cose. alleggerirsi del pronome io per rifugiarsi in un rassicurante noi collettivo. che se interi popoli riescono a farsi la guerra per poi riappacificarsi e allegramente riprendere a massacrarne insieme qualcun altro non c’è motivo per cui lei debba restare insabbiata in questo perenne conflitto interiore. se arriva l’alba e si ritrova ancora sveglia, pensando a quanto stretta le stia questa vita e le manca l’aria in questo mondo che non somiglia per niente a quello che avremmo voluto. passare tutta la vita a cercare­ di essere più che pelle, qualcosa che vada oltre questa forma visibile e palpabile. se tutto intorno è buio pesto e la luce è solo un puntino lontano che si fa fatica a credere di poterla raggiungere e sentire di nuovo il calore del sole sul proprio viso. se i se non bastano più e bisogna iniziare a vivere e smetterla di provare continuamente a ristrutturare la propria vita e farla finita con i quando, un giorno, domani e finalmente capire che il futuro è uno stato di emergenza scattato ormai da tempo. che mentre le sirene strillavano noi eravamo assordati dal blaterare degli altri, presi com’eravamo dal vano tentativo di essere buoni e socialmente accettabili. ma io non amo me stesso, figurati il prossimo. io non credo in me stesso, figurati in dio. e mi libero dal male liberandomi nel mare. che anche quando la vita sembra uno schifo, viverla diventa la vendetta migliore. mentre da lontano guardo M passare e trovo che sia sempre più incantevole. sarà che ho sempre amato le cose fragili.