di visioni e divisioni

toccherà a te essere la soluzione, mentre io sarò sempre e soltanto l’errore. potessi trovare una fine a questo incedere inciampando sui giorni a perdere, al procedere a tentoni nella nebbia delle sere incompiute, allo strisciare inquieto delle notti senza sonno. vischioso è il tempo della lontananza che cerco di spingere in avanti. fluido è il tempo della vicinanza che inutilmente cerco di arrestare. nei momenti in cui le ombre del passato saturano l’aria del tempo presente togliendo il respiro ai possibili futuri. che dovremmo smetterla di cercare di afferrare l’aria e iniziare invece a respirarla. anche perché non sono per niente sicuro che approfondire la conoscenza di me stesso e della mia weltanschauungen sia la cosa migliore da fare. più che visione miraggio. finito il tempo della spensieratezza e non ancora arrivato quello della saggezza vaghiamo in questo limbo dell’incertezza. ma finirà un giorno questo ossessivo chiedersi del perché delle cose, l’inutile analisi di ogni più piccolo aspetto delle nostre esistenze. così come smetterò prima o poi di sognarti. sarà quando ci saremo appiattiti, riunificati, sciolti in una democratica massa informe. sarà quando avremo smesso di essere umani.

della socialità come fragilità

in questa casa piena di libri in cui attraverso le pagine mille voci le parlano da luoghi e tempi lontani ma nessuno le sussurra buongiorno al risveglio. continua a ripetersi che dovrebbe avere uno sguardo più distaccato sul mondo, una visione universale delle cose. alleggerirsi del pronome io per rifugiarsi in un rassicurante noi collettivo. che se interi popoli riescono a farsi la guerra per poi riappacificarsi e allegramente riprendere a massacrarne insieme qualcun altro non c’è motivo per cui lei debba restare insabbiata in questo perenne conflitto interiore. se arriva l’alba e si ritrova ancora sveglia, pensando a quanto stretta le stia questa vita e le manca l’aria in questo mondo che non somiglia per niente a quello che avremmo voluto. passare tutta la vita a cercare­ di essere più che pelle, qualcosa che vada oltre questa forma visibile e palpabile. se tutto intorno è buio pesto e la luce è solo un puntino lontano che si fa fatica a credere di poterla raggiungere e sentire di nuovo il calore del sole sul proprio viso. se i se non bastano più e bisogna iniziare a vivere e smetterla di provare continuamente a ristrutturare la propria vita e farla finita con i quando, un giorno, domani e finalmente capire che il futuro è uno stato di emergenza scattato ormai da tempo. che mentre le sirene strillavano noi eravamo assordati dal blaterare degli altri, presi com’eravamo dal vano tentativo di essere buoni e socialmente accettabili. ma io non amo me stesso, figurati il prossimo. io non credo in me stesso, figurati in dio. e mi libero dal male liberandomi nel mare. che anche quando la vita sembra uno schifo, viverla diventa la vendetta migliore. mentre da lontano guardo M passare e trovo che sia sempre più incantevole. sarà che ho sempre amato le cose fragili.

di giorni feriali infernali

c’è una luna gigantesca e abbagliante che brilla in cielo, lì da qualche parte oltre le finestre sbarrate e lo smog. questo silenzio assurdo e assoluto in cui riecheggia senza mai attenuarsi l’assenza della sua voce. mentre G cerca di riempire un vuoto incolmabile e capisce che la sua più grande paura è sempre stata quella di avere paura. i tuoi capelli finalmente di nuovo lunghissimi e la voglia di fare qualcosa di inopportuno a cui non dovremmo mai rinunciare. il nostro sacrosanto diritto all’errore. dal giorno in cui ci siamo scoperti deboli e normali come l’ultimo degli stronzi e tremavamo al solo pensiero di una vita semplice e felice. che poi l’importanza delle parole mi porterebbe a fare una netta distinzione tra felicità e gioia e a puntare tutto sulla seconda. tu e la tua cultura delle perfezione del cazzo. a questo punto tanto vale dire che sarebbe già tanto riuscire ad accontentarsi del piacere. placere. edoné. tu e i tuoi studi inutili che ti hanno portato comunque qui: arrivederci amore tra dieci ore sottopagate. solo con più consapevolezza degli altri e un’inevitabile rabbia sottopelle. che siamo sempre costretti a barattare la bellezza con l’efficienza e finisce che nelle città ci ritroviamo lo stesso squallore della provincia, solo amplificato e con l’aggiunta di una sorta di disumanizzazione generale e un persistente sentore di grigiore. e il sole devo portarmelo dietro nel ricordo dei tuoi rari sorrisi. aggrapparsi alle solite sei corde che ancora una volta salvano dal vuoto in cui si rischia di sprofondare. a una penna come a un pezzo di legno che galleggia nel mare inconsistente in cui si naufraga. G dice che non basta scrivere di notte per dirsi poeti e ha ragione. non basta neanche scrivere poesie per essere poeti e si può esserlo senza avere mai scritto un solo verso. eppure il giorno noi non riusciamo neanche a viverlo e quello che scriviamo, qualunque cosa sia, lo sogniamo sotto il sole e lo scriviamo al buio. nel silenzio dell’umanità altra. e io che credevo di conoscere la solitudine e invece non mi ero mai sentito senza di te.

del verso opposto alle solite cose

M legge Di Ruscio e pensa che ci abitueremo a tutto ma mai a quello che scrivo. aggiungerei che non riuscirò mai ad abituarmi a quello che penso, a quello che non dici, alle distanze che separano quello che vorremmo da quello che possiamo, ai nostri sbalzi d’amore e alle intenzioni che restano a marcire nei cassetti stracolmi di desideri incompiuti. che se c’è una cosa di cui sento la mancanza è la capacità di sopportare la mancanza ma prendo in giro me stesso e la luna giurando che va bene così. se c’è qualcosa di cui riesco a fare a meno è tutto ciò che sta al di fuori di questo piccolo cerchio che abbiamo tracciato tutto intorno a noi. intreccio le parole in modo sbagliato e sovverto l’ordine dei pensieri che ci aravamo preposto. senza più la voglia di seguire la grammatica imperfetta dei nostri rapporti nè l’interesse a perseguire il bene maggiore in queste vite che si fanno sempre più autonome rispetto al nostro volere. mi accorgo che “nostro” in tutte le sue declinazioni è una parola che usiamo spesso. come se fosse appunto nostra la scelta quando, invece, è sempre più una questione di necessità, di ritrovarsi in date situazioni, dentro dubbi, dilemmi, domande, doti, distrazioni. dalla z alla a è il percorso inverso che continuamente ci ritroviamo ad affrontare, incapaci di imparare dagli sbagli commessi e sempre pronti a sentire nostalgia di qualcosa di cui ne avevamo già abbastanza. e poi riempire le giornate per non lasciare spazio al vuoto che potrebbe divorarci da dentro. non fidarsi mai degli altri e meno che mai di sè stessi per farla finita con questa storia del chiudere gli occhi e lasciarsi andare. che se c’è una cosa che non vorrei mai scegliere è a cosa rinunciare e invece ci ritroviamo ad abbandonare lungo il cammino pezzi di queste vite che si fanno sempre più ingombranti. mentre ti guardo alla luce del sole che muore dentro al mare e spero che almeno da questa vita noi ci salveremo.

di velleità sentimentalistiche

odio la solitudine se solitudine significa sentirsi senza di te. se restare da soli con sé stessi è diventato insostenibile e i pensieri fanno un rumore assordante che copre il debole suono delle nostre voci lontane. se non siamo fatti come gli altri e non abbiamo più bisogno di farci del male per sentirci vivi più di quanto sentiamo di esserlo. se le cicatrici che ci portiamo dentro bastano per ricordarci che non serve a niente dimenarsi per cercare di adattarsi. seguo la scia di parole che mi sono lasciato dietro e di tanto in tanto mi abbaglia la luce dei ricordi di ciò che ci ha spinto fino a qua. la magia degli incontri casuali, un sorriso che esplode improvviso, due occhi azzurri che hanno deciso di non riaprirsi più, due mani che si intrecciano nel buio, le lacrime di G nel momento dell’abbandono diluite nel Campari, l’amore incompiuto che si perde nella nebbia di milano, il cuore di M che batte sempre più forte ogni volta che vola sempre più lontano. la vita che rinasce sempre più intensa sotto il sole di Sicilia ogni volta che invece sembrava essersi spenta per sempre. un altro giorno passato a cercare di essere ciò che non siamo per cercare di farci amare da qualcuno che non ci ama per ciò che realmente siamo. un’altra notte passata a riflettere su ciò che avremmo voluto che fosse e invece non è stato. mentre l’ennesima alba insensibile ci sorprende con gli occhi spalancati su una vita che a tratti ci appare totalmente inutile e a tratti sembra non bastarci mai. che ce ne vorrebbero due venti duecento duemila per potere arrivare alla fine senza l’ombra di un rimpianto, per potersi abbracciare il numero minimo indispensabile di volte, per poter dirsi addio e poi ritrovarsi peggiori ma comunque pensare di essere la miglior cosa che si possa mai trovare. per trovare ancora una volta quel coraggio adolescenziale che ti dà il permesso di commettere quegli errori da cui la ragione della maturità ti tiene lontano. pensa a quanta libertà è racchiusa in un gesto istintivo come un bacio. la libertà dell’errore, la libertà della colpa, la libertà della sincerità. e invece ci teniamo la paura e la sua anestetica tranquillità, la discrezione e la sua calma apparente. quando sotto il mare piatto scorrono correnti che dalla superficie non diresti mai.

della resistenza amata

lo capiremo prima o poi che questa non è una parentesi ma la vita che ci attende. che sempre ci contorceremo per queste strade che puzzano di ambizioni andate a male, tra i fumi del rimpianto che arrossano lo sguardo e inaridiscono la voglia. nel ricordo di te che mi perseguita fuori dai sogni, tra le pagine in cui cerco riparo dal destino cecchino appostato sui campanili del così deve essere. è l’assedio dei nostri giorni allungati con la vodka per cercare una nuova resistenza a denti stretti finché qualcuno non arriverà a salvarci. finché non avremo capito quali sono le parti sacrificabili delle nostre vite. ché non ci salveranno i ricordi né le nostre promesse ingiallite. non lo faranno i cieli azzurri delle tue giornate spese bene né le luci intermittenti degli aerei che ci trascinano via. non i sorrisi di circostanza né la costanza con cui butti fuori tutto quello che hai dentro. non l’odio sedimentato e consolidato negli anni né quello che esplode improvviso dopo l’amore. ci salveranno le parole e i suoni. ci salverà la capacità di arrendersi alla semplicità di una notte senza stimolanti neuropsichici. ci salveranno due occhi come i tuoi in un corpo che non è il tuo. e ci arrenderemo ai posti a sedere e al caffè d’orzo. senza mai smettere di chiederci il perché delle cose e di cercare il senso oggettivo di questo vivere inquieto. e parafrasando qualcuno che cita qualcun altro G scrive: ci meritiamo le stragi, altro che Checco Zalone. ci meritiamo l’appiattimento culturale e l’abbattimento delle intelligenze che con un balzo si staccano da questa sterile terra per cercare riparo altrove. le vostre migliaia di fotografie quadrate tutte uguali e le frasi ad effetto da libri che non leggerete mai. vi meritate le ruspe e la polvere, le stelle e la crisi, i profeti e le macerie, le installazioni artistiche e le bandiere nere. che in fondo io volevo solo scomparirti dentro.

dell’inquietudine che ci toglie la parola

oltre le tue mani irraggiungibili da quì ci sono strati su strati di momenti sprecati. promesse non mantenute nel nome di una integrità interiore da preservare. c’è una cosa per cui non siamo ancora riusciti a trovare un nome ma che continua ostinatamente ad esistere nonostante il fatto che non riesca mai a trovare una sua forma concreta. quando ti viene voglia di sentire tra le mani la sostanza di questo essere senza esistere chiudi gli occhi e immagina un ricordo che non si è mai impresso nella tua memoria. oltre i tuoi occhi invisibili da quì ci sono giorni su giorni mai vissuti e impercettibili sussulti passati inosservati. c’è l’imprevedibilità degli eventi. quando ti viene voglia di sentire in bocca il sapore di cose mai realizzatesi riempi il bicchiere e bevi. poi riempilo di nuovo e bevi ancora. e ancora e ancora e ancora. poi scrivi. scrivi di quei pensieri a cui io non riesco più a dare forma di lettere. scrivi delle vite passate e dei desideri futuri che si perdono in mezzo a una folla di volti che neanche vediamo. scrivi della voglia di non stare male mai che si scontra con una realtà spietata insensibile e sorda ai sussurri dell’anima. scrivi di quando il cuore si fa pesante e il respiro sembra abbandonarci per poi tornare improvviso come se nulla fosse. come se non fosse morte questo non sentire niente che non appartenga ai pochi chili di carne che costituiscono il tuo essere materiale. come se non fosse vita questo desiderio infantile di possedere ogni centimetro della tua pelle scoperta.

delle ore disperse nei silenzi

dovessi fare a meno dei tuoi occhi non avrei più specchi in cui riflettermi per ricordare chi sono. disallineate le due realtà dell’esistente presente e quella senza tempo che non smette mai di riechieggiare lontana. dovessi fare a meno delle tue parole non avrei più niente da ricordare per trovarci un senso che vada oltre l’utilità. finirei con il restare solo e incolore nel paese della grande ignoranza. metti qualche altro punto di sutura sulla nostra voglia di fare e ricordami ancora perchè ci ostiniamo a mantenerci integri e sensibili. metti qualche altro punto di sospensione dopo ogni nostra frase per dilatare i tempi e non arrivare mai alla parola fine. in questo strano modo di guardarsi ad occhi chiusi e parlando tratteggiare tutto un mondo di vorrei se potessi. c’erano una volta le nostre notti infinite e poi le albe chimiche di cui adesso possiamo fare a meno. c’erano una volta tutte le volte in cui nessuno e niente era ciò che restava e ricominciare tutto dall’inizio era l’unico scopo dell’andare avanti. adesso che anche G vorrebbe ritornare a nutrirsi di quell’odio che lo teneva a galla e invece deve accontentarsi di restare sospeso su questa specie di pace violenta. mentre sputa parole sulla carta come valvola di sfogo per questa vita incastrata male. parole su mille foglietti che poi finiscono sparsi un po’ dovunque e non si ricongiungeranno mai più. esattamente come noi.

di un sogno ricorrente e del non volerlo fare più

le tue parole lontane arrivano improvvise, sussurri di cose che non assumono mai forma precisa. intenzioni di azioni che mai giungeranno a compimento, condannate come sono nel limbo tra il dire e il non dire, il fare e il non fare. il desiderare e il potere. dovremmo forse mettere da parte quello che siamo e dare spazio a ciò che si nasconde sotto lo strato di buone intenzioni dietro cui troviamo rifugio. fuori dalla gabbia del quieto vivere dentro cui ci siamo volontariamente rinchiusi. mentre non abbiamo ancora capito bene quanto ci è costata questa apparente tranquillità. e annaffio con la vodka le parole che non dovrei dire ma non riesco neanche più a vederla l’umanità altra, figurati quanto mi importa di raccontarla o fissarla in qualche modo su un qualunque supporto. che poi ho visto M trasformarsi poco a poco in qualcos’altro ma quello che era resta sempre nascosto dietro i suoi sorrisi da pubbliche relazioni e so che la sua felicità continua ad esplodere improvvisa in altri modi che loro non riconosceranno mai. noi che siamo sopravvissuti a così tante guerre da non riuscire ad arrenderci alla pace. con l’orgoglio dei vinti che mai si sono nascosti, che mai hanno fuggito lo scontro. con il coraggio di chi teme la parola fine e il vuoto dei giorni in cui non si ride. con la consapevolezza che ci stiamo perdendo qualcosa che non ritornerà mai più. ed è solo dentro te che ricordo perchè respiro.

della ricerca ostinata e infinita

ti cerco tra le piaghe di un tempo immobile. nelle parole di centotrentasei libri letti sulla sabbia umida della spiaggia invernale. tra le note di canzoni che nessuno canterà mai. ti cerco e non ti trovo se non dopo i momenti in cui il respiro si fa corto e il senso di questo esistere sembra sgretolarsi sotto i colpi di un cuore in eccesso di velocità. quando mettere in fila le parole serve a mettere in fila i pensieri che vagano alla rinfusa. nelle notti in cui solo Miles Davis riesce a darti la pace. ma una pace amara come il whishkey che sorseggi. effimera come le spirali di fumo che salgono dalla sigaretta che fumi per abitudine. nella camera tappezzata dalle fotografie di chi non c’è più, di qualcun altro che è sempre troppo lontano, di attimi di felicità passate rimasti impressi sulla carta ma sbiaditi nella memoria. mentre ogni giorno vedo centinaia di fotografie in cui non vedo niente fino ad avere la nausea da overdose di immagini insensate. che trovo sempre meno senso nelle cose, nelle azioni ripetute di gente sempre più insignificante. lo trovo solo in poche cose, tipo nelle tracce nere che una sfera lascia sulla bianca cellulosa o nella sensazione momentanea che il leggero tocco della sua mano lascia su questa mia pelle disidratata. tu fossi almeno acqua potrei berti e sentirti dentro. fossi almeno aria potrei respirarti e trattenere il respiro. avessi almeno un corpo potrei stringerlo e non lasciarti andare mai più. invece sei solo astratta sensazione che arriva d’improvviso e d’improvviso sparisce per lasciarmi solo e inerme ad aspettare che ritorni. in questo continuo altalenare tra il vivere e il sopravvivere che è l’esistenza.