della finzione come funzione sociale più blanda e inconcludente

tra le geometrie tutte sbagliate di questi rapporti traballanti e indefinibili troveremo le parole giuste per definire una volta per tutte quello che siamo stati e non saremo mai più . come quando ci si scontrava per un non nulla e si restava in silenzio per giorni interi per qualcos’altro di molto più grande di noi e i palazzi intorno erano giganti buoni pronti a proteggerci dalle loro parole inutili. da tutte le parole venute male e cresciute su terreni fertilil di ignoranza e disinteresse di parte. tu volevi frasi interminabili o quantomeno sorrisi consumabili per una felicità momentanea e invece ti restavano tra le mani soltanto frammenti di un’esistenza che si sgretolava pezzo dopo pezzo sotto un cielo azzurro e un sole spietato e insensibile. io l’amore lo cantavo perchè è un canto che non basta di per sè invece adesso restano solo delle splendide immagini mute che scorrono sotto gli sguardi attoniti di chi non riesce ancora ad afferrare il senso di queste storie che non giungono mai alla parola fine. mentre si consumano le vite e le piccole guerre che non verranno ricordate nelle periferie sanguinanti di questo impero del bene minore. dove le cose restano fuori dalle case lasciate a marcire in nome di un diritto al tetto negato. disoccupate le persone disoccupate le case disoccupati i cuori freddi e neri di taluni e quelli infiammati e rossi di altri. mentre G si bagna gli occhi di rabbia davanti ai corpi riversi sull’asfalto, sui letti d’ospedale, dietro le sbarre delle patrie galere e cerchiamo ancora il modo per unire queste due dimensioni delle piccole vite personali e delle cose più grandi che ci travolgono.