di giorni feriali infernali

c’è una luna gigantesca e abbagliante che brilla in cielo, lì da qualche parte oltre le finestre sbarrate e lo smog. questo silenzio assurdo e assoluto in cui riecheggia senza mai attenuarsi l’assenza della sua voce. mentre G cerca di riempire un vuoto incolmabile e capisce che la sua più grande paura è sempre stata quella di avere paura. i tuoi capelli finalmente di nuovo lunghissimi e la voglia di fare qualcosa di inopportuno a cui non dovremmo mai rinunciare. il nostro sacrosanto diritto all’errore. dal giorno in cui ci siamo scoperti deboli e normali come l’ultimo degli stronzi e tremavamo al solo pensiero di una vita semplice e felice. che poi l’importanza delle parole mi porterebbe a fare una netta distinzione tra felicità e gioia e a puntare tutto sulla seconda. tu e la tua cultura delle perfezione del cazzo. a questo punto tanto vale dire che sarebbe già tanto riuscire ad accontentarsi del piacere. placere. edoné. tu e i tuoi studi inutili che ti hanno portato comunque qui: arrivederci amore tra dieci ore sottopagate. solo con più consapevolezza degli altri e un’inevitabile rabbia sottopelle. che siamo sempre costretti a barattare la bellezza con l’efficienza e finisce che nelle città ci ritroviamo lo stesso squallore della provincia, solo amplificato e con l’aggiunta di una sorta di disumanizzazione generale e un persistente sentore di grigiore. e il sole devo portarmelo dietro nel ricordo dei tuoi rari sorrisi. aggrapparsi alle solite sei corde che ancora una volta salvano dal vuoto in cui si rischia di sprofondare. a una penna come a un pezzo di legno che galleggia nel mare inconsistente in cui si naufraga. G dice che non basta scrivere di notte per dirsi poeti e ha ragione. non basta neanche scrivere poesie per essere poeti e si può esserlo senza avere mai scritto un solo verso. eppure il giorno noi non riusciamo neanche a viverlo e quello che scriviamo, qualunque cosa sia, lo sogniamo sotto il sole e lo scriviamo al buio. nel silenzio dell’umanità altra. e io che credevo di conoscere la solitudine e invece non mi ero mai sentito senza di te.