della finzione come funzione sociale più blanda e inconcludente

tra le geometrie tutte sbagliate di questi rapporti traballanti e indefinibili troveremo le parole giuste per definire una volta per tutte quello che siamo stati e non saremo mai più . come quando ci si scontrava per un non nulla e si restava in silenzio per giorni interi per qualcos’altro di molto più grande di noi e i palazzi intorno erano giganti buoni pronti a proteggerci dalle loro parole inutili. da tutte le parole venute male e cresciute su terreni fertilil di ignoranza e disinteresse di parte. tu volevi frasi interminabili o quantomeno sorrisi consumabili per una felicità momentanea e invece ti restavano tra le mani soltanto frammenti di un’esistenza che si sgretolava pezzo dopo pezzo sotto un cielo azzurro e un sole spietato e insensibile. io l’amore lo cantavo perchè è un canto che non basta di per sè invece adesso restano solo delle splendide immagini mute che scorrono sotto gli sguardi attoniti di chi non riesce ancora ad afferrare il senso di queste storie che non giungono mai alla parola fine. mentre si consumano le vite e le piccole guerre che non verranno ricordate nelle periferie sanguinanti di questo impero del bene minore. dove le cose restano fuori dalle case lasciate a marcire in nome di un diritto al tetto negato. disoccupate le persone disoccupate le case disoccupati i cuori freddi e neri di taluni e quelli infiammati e rossi di altri. mentre G si bagna gli occhi di rabbia davanti ai corpi riversi sull’asfalto, sui letti d’ospedale, dietro le sbarre delle patrie galere e cerchiamo ancora il modo per unire queste due dimensioni delle piccole vite personali e delle cose più grandi che ci travolgono.

del dovere di odiare

queste discussioni che sono come trasfusioni reciproche di ricordi andati a male nelle nostre vite restaurate e riportate a nuovo ma che si portano comunque addosso i segni delle esistenze passate. che è inutile cercare di sottrarsi all’abbraccio di questi tempi aridi. in un presente avido di speranze a cui bisogna strappare con la forza la pur minima prospettiva di un futuro quantomeno decente. soprattutto noi che siamo come due pianeti sulla stessa orbita gravitazionale destinati allo scontro e alla distruzione reciproca. ma noi non saremo mai lo spazio vuoto nelle nostre fotografie future. il mio rimpianto sarà per questa sete di parole che non riuscirò mai a soddisfare del tutto, per i momenti che non vivremo e per le piccole cose dimenticate lungo il cammino. mentre quasi tutti gli altri si avvicinano piano piano a una privata inesistenza e G cerca di smarrire il ricordo di lei tra i tasti bianchi e neri di un pianoforte scordato. e poi c’è la rabbia che non ha età e che ci porta ancora a odiare ogni divisa, ogni giornata andata male, ogni parola detta per travisare nascondere illudere incatenare ammaliare sottomettere addormentare. odiare ogni azione volta a violentare questa fragile umanità. come i manganelli che ci massacrano di notte e che resteranno impuniti ma comunque per sempre colpevoli almeno per noi. e noi che sappiamo per questo odiamo. perché davanti a certi fatti l’odio è un dovere.

delle assenze corrisposte

possano le tue parole essere come certe onde che travolgono tutto e cancellano via le orme dei passi sbagliati fatti fino a qua. possa il tuo corpo attutire il volo in picchiata di queste disillusioni che è giusto prima o poi arrivino. io non sarò mai capace di darti niente di più di questa vita che sembra sempre essere come sull’orlo di una guerra o di una qualche catastrofe definitiva che potrebbe spazzarci via. cosa resterebbe delle nostre vite se avessimo la possibilità di prendere tutti gli aerei che vogliamo o di correrci incontro lungo le autostrade deserte che uniscono i puntini dei futuri possibili. tra le poche cose che ricordo c’è un’immagine di te che ti allontani sulle tue scarpe rosse. dopo di che scivolavano i giorni e smettevamo ormai di contare il tempo delle separazione mentre si dilatavano i ricordi e i corpi sbiaditi venivano sostituiti da altri corpi momentaneamente più concreti ma facili prede del paesaggio che scorre. l’abbondanza era l’unica cura per non soccombere sotto il peso impalpabile dell’assenza. adesso tutto intorno il mondo luccica di ignoranza e felicità riflessa mentre tu chiedi aria e loro ti danno sorrisi e anestetici. sorrisi e anestetici. sorrisi e anestetici per non sentire i colpi inferti dal vuoto esistenziale che impera. e non c’è niente da fotografare solo qualcosa da trascrivere troppo su cui riflettere e appena un’ora d’amore per cui non ti darà niente in cambio.

di parole risorte e tempi irrinunciabili

passeranno questi anni oscuri così come sono passati quelli luminosi. questi anni in bilico in cui viviamo l’ultimo brandello di queste giovinezze incompiute. tra i nostri cuori che si sfiorano solo di notte e i corpi sempre troppo lontani e in qualche modo irraggiungibili anche quando a portata di sguardo. poi ritrovarsi all’alba dell’ennesimo giorno anticipato a rimpiangere il non fatto e a pentirsi del fatto. a spingersi in avanti lungo le strade deserte della vita per andare a cercare chissà cosa chissà dove. per i sogni intercambiabili che non si concretizzano mai in niente di fatto se non in rapporti illegittimi come questi governi. per andare a vedere una manciata di stelle che stanno sempre meglio in cielo che non in parlamento. contare gli aerei che passano e ancora immaginare le grandi capitali europee che non vedremo mai. come qualche anno fa. quando eravamo ancora giovani e fragili come certe illusioni che se ne volano via insieme all’adolescenza che prima o poi da qualche parte deve pur schiantarsi. però alla fine ci siamo fortunatamente salvati quasi tutti anche se G da quando ha smesso con tutto non è più lo stesso di prima e anche se M ogni tanto guarda ancora in giù con desideri da catastrofe interiore. anche se il viaggio di qualcuno si è interrotto troppo presto ed è per questo che a volte di notte viene giù qualche lacrima come una solitaria stella cadente dal desiderio inesaudibile. tanto di desideri morti abbiamo già cosparso tutta la strada fatta fino a qua e non basterebbe una costellazione intera per rifarsi. intanto la speranza è una parola inaspettatamente ritrovata e il futuro per quanto debole e insensato è l’ultima forma di resistenza che ci è rimasta. per chi la vita è resistenza. per chi la vita ancora è.

del perdere per dire

oltre la finestra esplodeva l’Etna e illuminava la notte, ricordandoci che anche noi siamo fatti così: ghiaccio fuori e fuoco dentro. mentre al di qua del mondo quella stessa notte ingoiava silenzi e il tuo nome finiva sotto la voce dei conti in sospeso con il passato. le nostre speranze venivano continuamente ridimensionate e non morire a ventisette anni come le star dava un certo sollievo ma anche la certezza che un giorno tutte queste miserie finiranno dentro a un libro o in un film che nessuno vorrà vedere o leggere mai. che eri dannatamente bella davanti alle tue sottili strisce bianche e Mina sul giradischi. quando ci scoppiava il cuore all’improvviso e non era ancora per l’ansia o per il panico insensato. tutte le cose che avrebbero dovuto essere e invece non sono state perché credo ancora che ci siano parole che pesano sui nostri cuori come macigni e fatti apparentemente insignificanti che stravolgono le nostre vite per sempre. e niente sarà più come prima . neanche quando avremo ultimato questa operazione strategica del dimenticarci di noi. soprattutto quando sarà terminato questo suicidio mirato del divenire adulti. che poi ha ragione Fellini quando dice che adulti noi non lo diventeremo mai . ma tanto che importa. la fantasia ci appassirà dentro e poi ripeteremo gli stessi errori di quei genitori che tanto credevamo di odiare.

di significati insignificanti

G è sempre più convinto che dovremmo tornare ad essere un po’ bambini. essere bambini con la consapevolezza che non torneremo mai ad essere ciò che eravamo prima di rimanere orfani di padri che non abbiamo mai avuto. che ci sentiamo continuamente in bilico tra qualcosa e qualcos’altro e questo stare in mezzo non ci è mai stato bene. mentre la sensazione quotidiana è che niente possa mai bastare dal momento che tutti i nostri discorsi sul vivere la vita non servono a niente se poi la vita non si lascia vivere. se c’è una spiegazione scientifica del perché le idee più profonde arrivano mentre sprofondi noi qui non sprofondiamo più. galleggiamo su un mare di insicurezza aggrappati ai frammenti di una speranza naufragata. se poi gli occhi di M si posano su un’isola lontana nel futuro non ci resta che iniziare a nuotare senza chiederci se si tratti dell’ennesima allucinazione o se è la volta buona per la realtà. ora che non c’è più tempo per la chimica e bisogna fuggire a diete a base di benzodiazepine. che bisognerebbe stabilire una volta per tutte qual’è il posto che ciascuno di noi vuole occupare nelle rispettive vite degli altri. poi mettersi d’accordo per non invaderci più i sogni a vicenda. lasciarsi soli. lasciarsi in guerra. lasciarsi. per poi essere contenti di ritrovarsi cambiati. di ritrovarsi peggiori.

degli inverni caldi

G ha un’infezione di pensieri che parte dalla testa e arriva fino al cuore. buoni o cattivi che siano non importa. il problema è che arrivano ad ondate e straripano gli argini della ragione. e vorrebbe avere la forza per diventare finalmente una persona normale anche se questo dovesse significare mettere da parte tutte le ambizioni che ci hanno spinto fino a qua. invece il suo cuore batte ad una velocità accettabile solo dopo una certa quantità di certi liquidi o dopo una certa quantità di tempo passato insieme a lei. chiude gli occhi e fa un respiro profondo mentre si rende conto di avere discreti problemi nel restare ancorato alla realtà. mentre si accorge che gran parte delle cose che prima erano per noi Vita adesso hanno perso senso. claustrofobici i giorni che scorrono tutti uguali e si disperdono nelle disfunzioni di memorie sovraccariche senza lasciare ricordi. ricordi solo le promesse di una vita migliore ma dovresti prima capire quale sarebbe per te una vita migliore. ora che i desideri sono esauriti senza essere mai stati esauditi non resta nient’altro da fare che inventarne di nuovi. non resta nient’altro da fare che inventarci di nuovo.

di sole e di sale

misuriamo il tempo che ci tiene lontani con i chilometri di parole che ho seminato mentre ci allontanavamo. sigaretta dopo sigaretta per rinviare gli addii e difendere sino all’ultimo istante uno qualunque degli ipotetici futuri insieme. uno dei nostri futuri insostenibili. mentre tutto ciò che riguarda gli altri scivola nel sentimento impercettibile dell’indifferenza e restiamo solo noi tre. noi tre in un corpo solo. a perpetuare all’infinito questo inutile accanimento terapeutico sui nostri desideri incompiuti. G non vuole che lo si veda ridere. M non vuole che la si  veda piangere. Io non voglio che mi si veda. in una trinità di intenti e sentimenti che è l’astratta unione di tutte le nostre divisioni interiori. che dentro di noi continua a combattersi un’interminabile guerra civile che va’ avanti a colpi di arrendevolezza e testardaggine. nell’alternanza continua dei sentimenti più opposti. sarà che siamo rimasti orfani dei poeti e che di quanto ho visto fino a qui salvo solo i giorni passati insieme. salvo l’ennesima notte di cui resta soltanto il segno rosso delle tue labbra sul bordo del bicchiere. dopo avere abbattuto tutte le barriere invisibili a raffiche di campari. che l’estate è per gli idioti e per chi se la può permettere. invece noi ci teniamo l’inverno e i suoi risvegli a corpi stretti. poi per un giorno dimentichiamo coloro che piangono la morte dei loro carnefici. dimentichiamo le vostre facce i vostri nomi le vostre intere esistenze. finché sarà un giorno che durerà per l’intero tempo restante.

di anni fragili e linee che si scontrano

dovrei forse andare a capo perchè tutto questo sia inteso come poesia. dovrei forse ricominciare daccapo perchè tutto questo si tramuti in poesia. e invece continuiamo a giocare con le parole come con le nostre vite e le tue parole d’inverno se le porta via il vento. resta il fatto che non c’è giudizio più importante di quello di sè stessi verso sè stessi. se stessi in altri luoghi probabilmente sarebbe diverso. anche se poi tutto quello che faccio è per te che ancora non esisti e di quello che non faccio so che prima o poi me ne pentirò. mentre G continua a guidare e la strada davanti è come il nostro futuro. luminosa e piena di buche. nell’abitacolo risuonano note da un trapassato remoto ed M traccia su un taccuino rosso le linee contorte dei nostri cammini che a volte corrono parallele a volte si scontrano a volte schizzano via lontane le une dalle altre. ogni tanto si sporge in avanti e chiede cos’è che siamo diventati e nessuno sa mai cosa rispondere. sappiamo solo che l’importante non è vincere ma sapersi rialzare dopo ogni sconfitta e che questi anni fragili non servono a niente se non a renderci immuni dal piangersi addosso. che non sarà servito a niente vivere tutto questo se non saremo capaci di evitare che si ripeta ancora. sappiamo solo che non bisognerebbe mai restare lontani anni luce in questi anni bui. che è meglio tenersi a distanza d’insicurezza.

di quello che pensi e di quello che fai. praticamente di niente.

rifletti rifletti potrebbe finire che non avremo più riflessi davanti a niente. che uno non vale uno ma zero. è il due che conta più di centomila ovunque ma soprattutto qui. in questa italia inconsistente e analfabeta a bocca aperta e gambe larghe. dove ci meritiamo la morte di poeti e cantautori e la sopravvivenza dei senatori a vita. il sole che vi ustiona e l’illusione di ogni stella cadente. mentre soffia un vento che piega gli animi come i rami degli alberi. la speranza ha occhi neri che non riflettono niente. nell’ingovernabilità di attimi di rabbia e odio irrealizzati. era bello essere incazzati davvero e non per sentito dire. era bello amarsi tra i fumogeni e curarsi le ferite di stato. ma voi che non avete memoria del passato né visione del futuro riuscite a vedere solo l’immobile presente. in un paese che dorme mentre attende di essere liberato da mano divina c’è un’Italia che si libera da sé e si riprende ciò che ci spetta. perché voi Berlusconi ve lo siete meritato tutto e vi meritate all’infinito questa subdola politica retrograda che non è altro che l’istituzionalizzazione della vostra quotidianità.